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venerdì 18 marzo 2016

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 6.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

Volevo tornare il numero uno e comincia ad allenarmi sul serio.
Volevo diventare più forte per competere ad armi pari con giocatori del livello di Curren e Becker.
Per la prima volta in vita mia comincia a fare pesi.
Tutti i cervelloni esperti di allenamenti sostenevano anche che bisogna essere flessibili, quindi mi dedicai allo yoga.

Allenarsi deve piacere, e molto, altrimenti non si riesce a superare lo scoglio del dolore.

A me non è mai piaciuto abbastanza.
Lendl ne andava pazzo, ma io sono diverso da lui.

Quello che mi succede è più o meno quello che succeede a tutti quelli che sono stati i migliori.
Quando non lo sei più, tutto sfugge al controllo ed è difficile rimettersi in carreggiata.
Il processo è graduale, non avviene in un attimo, e mentre rotoli giù dalla china continui a ripeterti che le cose miglioreranno.

Fino a quel momento, nella mia carriera avevo accumulato multe per un totale di 85.000 dollari, e circa la metà, 38.500, in quel solo annus horribilis 1987.

Un jet passeggeri della avianca Airlines era precipitato vicino all’areoporto Kennedy di New York, e questa era già di per sè una notizia tragica, ma poi la conduttrice annunciò che secondo fonti non ufficiali l’aereo si era schiantato sulla casa di Jhon Mcenroe a Oyster Bay.
Rimasi impietrito.

Forse eravamo troppo viziati.
Avevamo molti soldi, eravamo famosi e ci godevamo i vantaggi che denaro e fama ci regalavano.
Nel contempo però, pretendevamo di vivere come persone normali: era una combinazione impossibile.

Eravamo confusi: a modo nostro cercavamo di essere buoni genitori e buoni compagni l’uno per l’altra, ma la carriera di Tatum era inesistente, la mia era in declino e, per essere premuroso con la propria compagna, per prima cosa è necessario stare bene con se stessi.

Pensai di aver toccato il fondo.
Poi, quando tornai a New York, mentre scendevo dall’aereo, l’ufficiale della dogana mi chiese: "Hai sentito cos’è successo?".
"No" risposi.
"Magic Johnson ha annunciato di avere l’aids".
E all’improvviso la sconfitta inflittami da Mronz non ebbe più molta importanza.


Sabato 4 luglio 1992 giocai il mio ultimo match singolo sul campo centrale di Wimbledon, dopo aver tappato la bocca a tutti gli scettici raggiungendo le semifinali.
Il mio avversario era il ventiduenne Andre Agassi, che non aveva ancora vinto un torneo del Grande Slam.
Erano passati quindici anni esatti dalla mia semifinale del 1977 contro Connors, la sbalorditiva prova che mi aveva proiettato nell’Olimpo del tennis.

Nel 1981 avevo comprato una Les Paul nera, che fracassai per la disperazione da li a una settimana dopo aver visto suonare Buddy Guy al Checkerboard Lounge di Chicago, dov’ero andato a sentirlo con il mio amico Gary Fencik.
Poi comprai una Fender Stratocaster del 1962 che era appartenuta a Elliot Easton dei Cars.
Riuscii a fare qualche accordo, a eseguire qualche canzone.
E in poco tempo imparai a suonare un pò.
Ma proprio poco.

Alla fine presi lezioni private di chitarra dai miei amici Carlos Santana, Eddie Van Halen, Stephen Stills, Alex Lifeson e Billy Squier, tra gli altri, e lezioni di basso da Bill Wyman dei Rolling Stones.

Il leggendario autore di canzoni Jimmy Webb, invece, mi diede lezioni di pianoforte.

Mi trovai anche a fare delle jam session con gente come Stevie Ray Vaughan, Buddy Guy, Joe Cocker e Lars Ulrich dei Metallica (il cui padre, Torben, era stato tennista nel circuito e aveva anche giocato per la squadra danese di Coppa Davis).


Nell’ottobre del 1996, nel soggiorno di una modesta casa, in un tranquillo quartiere della periferia di Johannesburg, Sudafrica, strinsi la mano a Nelson Mandela.

Ricordo distintamente le strette di mano, soprattutto quando la mano è quella di una persona importante.
Mohammed Ali e Larry Holmes mi delusero con strette flosce e viscide: fu come toccare un pesce.
Forse i pugili credono di dover proteggere le loro mani!

Mi raccontò che durante la sua prigionia a Robben Island aveva sentito parlare del mio rifiuto di giocare Sun City nel 1980.
Poi aggiunse una cosa davvero incredibile: lui e altri detenuti del Robben Island avevano seguito la mia finale di Wimbledon contro Borg nel 1980.


Le altre frasi del libro "Jhon McEnroe - Sul serio" a questa pagina.

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martedì 15 marzo 2016

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 5.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

In dicembre partecipai per la prima volta agli Open di Australia.
A quell’epoca il torneo si disputava ancora su erba, nel venerando stadio Kooyong di Melbourne, l’antico regno di Harry Hopman.

In passato, fare un viaggio così lungo per un torneo maggiore in tono minore (se mi concedete il gioco di parole) mi era sembrato eccessivo.

Non ero capace di prendere le cose con leggerezza.
Non avevo ancora imparato la lezione: se stai con una donna bellissima e famosa, devi pagare il prezzo.

Era la metà degli anni ottanta e le droghe erano diffuse nel circuito, dove i soldi per potersele permettere non mancavano, quanto nel resto della società.
(Sospetto che anche steroidi e anfetamine, perfino allora, cominciassero a infiltrarsi ai livelli più alti del tennis).

Non fui mai costretto a darmi troppo da fare: quando sei il numero uno non cerchi le occasioni, le cogli.

All’improvviso, la mia notorietà andò alle stelle: i personaggi che ammiravo da sempre adesso ammiravano me, che si trattasse di Jack Nicholson, Mick Jagger o Carlos Santana.
Quest’ultimo, durante un concerto, disse alla folla: “voglio dedicare la mia prossima canzone a Jhon McEnroe” poi si lanciò in un lungo monologo su quanto fossi meraviglioso.

Comunque metà della colpa fu mia.
Non ero abbastanza concentrato sulla partita.
Non è una grande scusa.
Ma sono cose che capitano quando una squadra non è veramente una squadra.




Sempre a Milano, nel mio primo turno mi ero liberato in fretta di un tedesco grande e grosso dai capelli rossi, il diciassettenne Boris Becker.
Deve dire che quella prima volta non mi fece una grande impressione: più che altro mi parve un rompiscatole.
Passò tutto il match a lamentarsi e a contestare le sue palle chiamate fuori.
Pensai che quel ruolo fosse riservato a me solo e che ne avessi senz’altro più diritto.
Gli dissi che avrebbe fatto meglio a vincere qualcosa, prima di cominciare a lamentrsi.
Credo che abbia fatto tesoro del mio consiglio.

Ma torniamo al febbraio del 1985: a quel punto avevo guadagnato cosi tanto da potermi permettere la casa sulla spiaggia!
E non una casa qualsiasi, ma quella che era appartenuta a Johnny Carson, sulla Pacific Coast Highway a Carbon Canyon Beach, Malibu.
Mi costò 1.850.000 dollari (più tre lezioni di tennis che Johnny insistette per includere nell’affare).

Nei quarti giocai contro Kevin Curren, che era piuttosto abile sull’erba.
L’avevo battuto un paio di anni prima sempre a Wimbledon, quando il suo servizio faceva già paura, ma da allora era migliorato moltissimo.
Aveva anche una nuova racchetta Kneissl di grafite, che conferiva al suo servizio una potenza ancora maggiore: come se ne avesse avuto bisogno.
Stava diventando sempre più evidente che, con le nuove racchette, un tennista già provvisto di un servizio potente poteva diventare un vero problema.

E Becker battè Curren nella finale del singolo.
Aveva diciassette anni.
Atlanta era come Milano.
Pubblico fantastico, un’energia incredibile.
Boris mi sconfisse per 7-5 nel terzo set e dovetti ammetterlo: questo ragazzo ha il servizio più potente che abbia mai visto in vita mia.
Nessuno ha mai battuto servizi così.

Mi aveva scalzato dalla vetta: il numero uno era lui.
Sono solo una manciata gli atleti che nel corso degli anni hanno cambiato la prospettiva del pubblico su come si gioca uno sport.
Lawrence Taylor ci riusci nel football con la posizione di linebacker esterno, Ivan Lendl e Martina Navratilova l’hanno fatto nel tennis.
Lendl si era allenato come un pazzo per diventare il numero uno e aveva perso sette chili grazie alla dieta del dottor Robert Haas.

Quando i tennisti videro cosa aveva fatto Lendl per scavalcarmi nel 1985 - soprattutto dopo il modo in cui avevo giocato nel 84 - si convertirono alla sua filosofia.
Si dissero: aspetta un momento, mi allenerò di più, farò di più fuori dal campo.
E lo fecero.
Le star del tennis moderno, uomini e donne, sono più muscolose, più forti, più veloci e più sportivamente longeve di quanto sia mai accaduto in passato.

Il campione della racchetta di legno era diventato una specie in via di estinzione.

Borg mi interruppe scuotendo la testa.
"L’unica cosa che conta è essere il numero uno Jhon" disse.
"Lo sappiamo tutti e due. Se ti accontenti del numero due, perchè non del numero tre o del numero quattro?
Sotto il primo posto non sei nessuno".


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giovedì 10 marzo 2016

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 4.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

Tom Gullikson, primo turno, Wimbledon 1981.

Quando Gullikson si portò in vantaggio 4-3 al secondo set per una palla chiamata fuori a sproposito, scagliai a terra con violenza la mia Wilson Pro Staff e James mi ammonì.
Più tardi, quando un giudice di linea chiamò fuori un servizio profondo che avevo visto chiaramente sollevare uno sbuffo di gesso, gettai anche la seconda racchetta e lanciai un grido che arrivava dal profondo del Queens, ma che da allora ha viaggiato in tutto il mondo.

“Man, you cannot be serious!”

Cioè: “Ehi, non è possibile che tu dica sul serio”.
Smisi di giocare, andai dal signor James e gli chiesi se avesse visto la nuvoletta di gesso.

Quando fummo 1-1 nel terzo set, Gullikson battè un servizio troppo lungo e la palla non venne chiamata fuori.

Urlai un’altra frase tipica del Queens con cui informavo i giudici che secondo me erano la feccia dell’umanità.

Il signor Edward James nel Queens evidentemente non c’era mai stato.
In seguito si seppe che nel taccuino aveva scritto “piss of the world” (piscio del mondo), non “pits of the world” (feccia del mondo).

Dopo il match mi comminarono una multa di 750 dollari per turpiloquio e un’altra di pari importo per il commento poco sportivo contro il giudice di sedia: mi minacciarono con un’altra multa di diecimila dollari e una possibile squalifica dal torneo se mi fossi permesso di comportarmi ancora in un modo simile.


Tra l’ottobre del 1981 Lendl vinse 42 match di fila falciando chiunque trovasse sul suo cammino, me incluso.
Correva, andava in bici, faceva ginnastica, e soprattutto si allenava, si allenava, si allenava. Io facevo quello che avevo sempre fatto: giocavo a tennis, punto e basta.

Immagino di non sorprendere nessuno se dico che essere il numero uno al mondo richiede un ego di proporzioni colossali.

Dopo la vittoria agli U.S. Open del 1981 fui invitato alla casa bianca dal presidente Regan, e non volevo andarci!
Me lo comunicarono il giorno prima, e l’appuntamento era stato fissato di mattina presto: mi sembrò troppo scomodo.

All’inizio del tour, Gary mi chiede cosa desideravo prima, durante e dopo ogni match. Volli della segatura.
Avevo l’abitudine di tenerne sempre un pò nella tasca dei pantaloncini perchè assorbiva il sudore delle mani.

Sempre in quel periodo andai in Giappone per esibirmi a Osaka e a Tokyo.
Sul treno ad alta velocità che mi portava a Tokyo cominciai a bere del Suntory insieme ad altri giocatori.
Mi trovavo sul treno più veloce del mondo, il Suntuory è un whisky fortissimo e avevo ventiquattro anni.
Quando arrivammo in stazione mi girava la testa.
Mi voltai verso la compostissima signora giapponese che mi stava accanto e le vomitai addosso.

Secondo me, uno dei grandi problemi del tennis contemporaneo sta nel fatto che le star di oggi si rifiutano di riconoscere l’importanza della storia di questo sport.

Una mattina di maggio mi stavo allenando con il mio fratellino diciassettenne Patrick (che, in un mio momento di distrazione, era diventato il numero tre degli stati Uniti nella categoria juniores) al club indoor di Tony Palafox a Glen Cove, Long Island.
Giocavo con la mia fida Dunlop MaxPly e Patrick - in quel momento, gran parte dei grandi campioni stava abbandonando le racchette di legno - usava uno dei nuovi modelli, la Dunlop Max 200G.
Circa a metà dell’allenamento annientò due mie ottime risposte di rovescio.
Indicai la sua racchetta.
“Fammela provare” gli ordinai con il tono che non ammette repliche dei fratelli maggiori. Me la diede.
Mi ci trovai bene da subito e notai un miglioramento immediato nel mio gioco: servizio più grintoso e più presa nei colpi di rimbalzo.
Portai con me a Dallas tutte e due le Max 200G di Patrick, quando partecipai ai campionati WCT: Battei Lendl in finale continuando il mio momento magico a sue spese e opponendo al suo potere da supereore un poco del mio!


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martedì 13 ottobre 2015

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 3.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

Solo al torneo di Wimbledon del '77 mi sentii abbastanza forte da fare serve and volley.

Il mio numero 15 del ranking fu confermato dalla mia posizione negli U.S. Open del 1978.
La mia schiena era ancora dolorante e per qualche ragione - ancora oggi non so perchè lo feci - durante un servizio ruotai il fianco.
Notai subito la differenza: quel movimento scioglieva la tensione e alleviava il dolore.


La prima volta che vidi Borg gli feci da raccattapalle.

Accadde a Forest Hills, durante gli U.S. Open del '71 o del '72.
Lui avrà avuto quindici o sedici anni e io ne avevo dodici o tredici.
Pensai che avesse l'aspetto di un divo: i capelli lunghi, la fascia, quell'ombra di barba lunga sul viso che otteneva non sbarbandosi per un paio di settimane, il completo della Fila con maglietta attillata e pantaloncini cortissimi.
Adoravo quel look!
Avrei dato qualsiasi cosa, a quei tempi, per avere una maglietta a righe della Fila; una giacca sportiva, poi, per me era un sogno.
Una volta arrivai al punto di scambiare metà del contenuto della mia valigia con una giacca sportiva della fila.
Era quasi della mia misura!




Nel gennaio del 1979 partecipai al Masters, al Madison Square Garden e battei Connors per la prima volta, anche se lui non portò a termine il match.

L'averlo battuto fu per me un traguardo importante, all’epoca il Masters era un torneo importantissimo: potevano parteciparvi solo i primi otto tennisti al mondo nel singolo e le prime quattro squadre nel doppio.

In quel periodo ci fu il boom delle discoteche: uno spettacolo incredibile fatto di musica assordante e luci psichedeliche, jeans e droghe di ogni tipo.

C'erano vip dappertutto: un tipo strano con la parrucca che si chiamavca Andy Warhol faceva fotografie a tutti.

Per la prima volta nella mia vita cominciai a guadagnare molto denaro: una delle prime cose che feci con i proventi dei tornei e i ricavi di un contratto pubblicitario firmato da mio padre con la Sergio Tacchini nel 1978, subito prima di diventare professionista, comprare una stupenda Mercedes cabrio blu a due posti.
Così perlomeno non facevo la figura dello sfigato quando seguivo Vitas allo Xenon.

A metà del 1979 comprai il mio primo appartamento: lo scelsi nell’Upper East Side.

Si trovava in un condominio e mi costò 350.000 dollari: una bella cifra , alla fine degli anni Settanta.

Mi capitava sempre più spesso di imbattermi in Richard Weisman.
La vera passione di Richard era collezionare persone.

Mi telefonava e diceva cose tipo: “Senti John, sabato do una festa: vengono Mick Jagger e il governatore di New York, ci sono anche Jacqueline Bisset e Jackie Stewart, il pilota”.

Per spiegare quanto sia ripida la discesa quando si è arrivati ai massimi livelli del tennis, una volta Arthur Ashe disse che nel ranking mondiale tra il numero dieci e il numero cinque c’è la stessa differenza che esiste tra il numero cento e il numero dieci.
Passare dal cinque al quattro, disse, è come passare dal dieci al cinque.

Ho la sensazione che il tennis sia diventato solo un’industria ormai priva della vitalità e della personalità che aveva un tempo.

Oggi sembra che tutti i tennisti della top ten viaggino in gruppo, con l’allenatore e qualcun altro che tiene loro la mano: un nutrizionista, un guru, un amico, un’amante.

Sono sempre stato il miglior allenatore di me stesso.

Dopo i miei accessi d’ira, l’argomento preferito da tutti gli intervistatori è la mia prima finale contro Borg a Wimbledon nel 1980, quella con il tie-break del quarto set che arrivò a trentaquattro punti.

Devi sempre combattere contro un pensiero fisso: sono una schiappa, non sono più la persona che ero, quando in realtà è possibile che tu sia addirittura diventato una persona migliore.

Incassai il colpo.
Sono fermamente convinto che una delle caratteristiche di un campione - di qualsiasi campione - sia la capacità di accettare le sconfitte e riacquistare subito la fiducia.


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mercoledì 7 ottobre 2015

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 2.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

Sul campo da tennis sei solo.
Mi chiedono perchè mi arrabbio tanto: la solitudine del campo è una delle ragioni principali. Sono solo, allo sbaraglio e lotto fino alla morte davanti a spettatori che mangiano panini al formaggio, controllano l'orologio e chiaccherano sull’andamento della Borsa con l'amico seduto accanto.

Nel frattempo, diedi una sbirciatina al mio futuro facendo il raccattapalle per un paio d’anni agli U.S. Open a Forest Hillis, a cominciare da quando ne avevo dodici. Mi pagavano un dollaro e ottantacinque l’ora - il minimo sindacale - ma, dopo aver consegnato giornali, mi parve un enorme salto di qualità.

Pare incredibile, ma succede a molti: hanno una buona preparazione tecnica e la forma fisica, ma la molla che li spinge non è abbastnza potente.




A sedici anni smisi di giocare a pallacanestro.

Il lato positivo fu che, per la prima volta, riuscii a giocare a tennis più di due volte la settimana durante l’inverno.

Non mi fece male neanche crescere di statura: quando compii diciassette anni, nel febbraio del 1976, avevo già quasi raggiunto la mia statura definitiva di un metro e ottantadue e qualcosa, che arrotondo a un metro e ottantatrè.

Credo fermamente che i giocatori, a qualsiasi livello, dovrebbero allenarsi per perfezionare ogni tiro, da tutte le posizioni sul campo, usando una vasta gamma di movimenti e rotazioni.
I lob, le palle smorzate e le mezze volée - tiri a cui i tennisti della domenica prestano di rado attenzione - possono determinare il risultato di una partita.


E tutto questo serve solo a esercitarsi per quello che è diventato il colpo più importante nel tennis: il servizio.

Quando ho cominciato a giocare io, gran parte dei tornei era su terra rossa, anche a livello professionistico.
Abbiamo quasi dimenticato che gli U.S. Open si sono disputati su terra rossa dal 1975 al 1977.
Di conseguenza, i giocatori più forti dell’epoca - Connors, Borg, Vilas, Gerulaitis, Harold Solomon - erano soprattutto giocatori di fondo campo: questo significava che molti match si riducevano a interminabili gare di resistenza.
Secondo me era necessario portare il gioco verso nuove mete, ma ancora non avevo il servizio per farlo.

Dovetti scuotere la testa anche a proposito di qualcos’altro.
Quell’ultimo giorno trascorso all'Open di Francia imparai un’altra lezione crudele sul tennis come spettacolo.
Giocai le mie finali juoniores davanti a un pubblico di tre persone: gli organizzatori erano stati tanto premurosi da programmare le finali maschili alla stessa ora.

Quindi, quando stavamo per fare il cambio di campo dopo il tie-break, mi cacciai la racchetta sotto la scarpa - era una Wilson Pro Staff - e cercai di curvarla fino a quando si ruppe.

Avevo diciotto anni ed ero in semifinale a Wimbledon.
Mi sembrò la cosa più incredibile e al tempo stesso più naturale del mondo.

Le semifinali di quell’anno videro Bjorn Borg contro Vitas Gerulaitis e Jimmy Connors contro.. di me.
Contro di me!
Ricordo di essere entrato nell’atrio del Gloucester Hotel, che all’epoca ospitava le grandi stelle del tennis, e di aver visto le quotazioni su una lavagnetta (a Londra vanno pazzi per le scommesse): "Borg 2-1; Connors 3-1, Gerulatis 7-1, McEnroe 250-1".

Non solo ero approdato ai tornei professionistici, ma all’improvviso mi ritrovai a un livello di gioco del tutto nuovo.
Borg, Connors.. per me erano gli dei del tennis, gli irraggiungibili che avavo guardato in tv!

La forza con cui colpiva la palla con la sua Wilson di acciaio T2000 e la precisione con cui rispondeva al servizio erano davvero incredibili.
E io non volevo farmi massacrare.

Borg per me era un poster appeso alla mia camera da letto.
Da un punto di vista emotivo non ero ancora pronto a battere campioni di questo livello.

Stabilire cosa costituisce una buona squadra di doppio è come individuare quali sono i requisiti necessari per un buon matrimonio: molte cose sembrano ovvie ma sono i dettagli a fare la differenza.
In entrambi i casi, il feeling tra le due persone è tutto.
Nel doppio, se manca il feeling, gli inevitabili errori del tuo compagno (tutti commettono errori nel tennis, anche ai massimi livelli) finiscono per darti sui nervi.


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lunedì 5 ottobre 2015

Jhon McEnroe - Sul serio. Frasi parte 1.

Frasi di Jhon McEnroe - Sul serio.

Nessuno conosce il proprio corpo meglio di un alteta professionista, sono consapevole che la macchina donatami dal Padreterno non è più flessibile come un tempo, che ho inevitabilmente perso qualche colpo.

Sto cercando di migliorare. Una delle cose contro cui lotto con maggior accanimento è quella parte profonda di me che non si è ancora decisa ad abbandonare la rabbia.

Perchè allora, sento ancora di poter fare molto?
Credo dipenda dalla mia tendenza a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Perdi la prospettiva, se ti paragoni a persone che sono fuori dalla tua portata o con cui non è il caso di paragonarti.

Anche il tennis aveva la sua importanza.
A quell’epoca era ancora uno sport da club privato, che si giocava in abiti bianchi.




Imparai molto presto che non serve imprimere troppa forza alla palla per vincere una partita di tennis: se sei in grado di rispondere a tutto, puoi battere praticamente chiunque.

In qualche modo riuscivo a percepire la palla attraverso le corde.

I miei genitori erano dotati di grande determinazione e sono convinto che me l’abbiano trasmessa geneticamente.
Come figlio primogenito di due persone che volevano avere successo nella vita, capii subito che i miei si aspettavano molto da me.
Ricordo ancora il mio primo torneo nazionale Under 12 a Chattanooga, nel Tennesse.
Il Tennessee!

Proprio come Laver usavo la stessa presa per ogni colpo: dritto, rovescio, servizio e volée. (Lo faccio ancora, leggermente verso il dritto dell’impugnatura continental. Credo non la usi più nessuno.)

Penso di essere l’unico tennista della storia che sia arrivato ai massimi livelli con le braccia delle stesse dimensioni.

Capii molto presto che c’erano dei grandi vantaggi a vincere, ma anche uno svantaggio da non sottovalutare: quando arrivi su quel piedistallo sei solo.

Larry era capace di giocare un match e andare ad allenarsi subito dopo!
Ma non sembrava mai felice dei suoi successi: era uno di quelli che raggiungono la vetta troppo in fretta e non si godono la scalata.

Riuscii a ottenere una wild card nel mio primo torneo da professionista.
Al primo turno sconfissi un mancino che si chaimava Barry Phillips-Moore, la cui fama è legata all’invenzione della racchetta spaghetti.
(Ve la ricordate quell’incordatura pazzesca? Alla fine però venne squalificata.)
Vinsi 6-0, 6-2: fu la mia prima vittoria in assoluto nel circuito ATP.
Poi giocai contro il neozelandese Onny Parun, un vero personaggio: portava una corda al collo, la mordeva mentre serviva e borbottava sempre tra sè e sè.
Non posso farmi battere da questo tizio, fa schifo, pensai.
Evidentemente non faceva cosi schifo, perchè persi 7-6, 6-1.
All’epoca era anche il numero diciotto del mondo.
Però i risultati furono abbastanza incoraggianti da farmi credere che forse, forse, avevo la stoffa del professionista.
E ottenni 5 punti nella classifica ATP solo per aver vinto un turno!
Alla fine dell’anno ero il numero 264 della classifica mondiale.

Poi ebbi un lampo di genio: tirai sempre sul suo rovescio.
E’ un trucco molto usato quando non si conosce il modo di giocare dell’avversario.


Ormai disperato, cominciai a mandare la palla sul suo dritto e , colpo di scena, il signor Machan non riusciva a fare un dritto neanche a morire.

Parigi nel ‘77 fu il mio primo vero assaggio della vita del tennista che vuole diventare famoso: non avevo mai visto nessuno mettercela tutta in quel modo.

Vinsi anche il secondo turno delle qualificazioni.
Intano, però, continuavo a rimuginare: devo trovare un hotel meno caro.
Conoscevo Lucia Romanov, una delle Romanov, le tenniste gemelle romene.
Parlava un pò di francese, perciò le chiesi di aiutarmi.

Che Dio la benedica: ce la mise tutta e alla fine trovò un hotel che costava circa tre dollari a notte.

Mi presentai in campo senza neanche un’ora di sonno, e per miracolo (uno dei tanti miracoli della gioventù) riuscii a battere il mio avversario, il tipico terraiolo spagnolo.
Ero nel tabellone principale!
All’improvviso mi si accese una lampadina in testa: se si entrava nel tabellone principale, si ricevevano sessanta dollari al giorno come rimborso spese.

Scossi la testa, incredulo.
Avevo vinto una partita del Grande Slam a diciotto anni!”

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