Benvenuti al Tor des Géants.
Il nome "Giro dei giganti" fa riferimento alle montagne più alte d’Europa, lambite dalle due Alte vie: Monte Bianco, Grandes Jorasses, Monte Rosa, Cervino, Grandes Murailles, Dent d'Hérens, Grand Combin, Gran Paradiso.
L'uomo è fatto di carne e ossa e di una fibra miracolosa detta coraggio.
Cit George Patton.
Percorrere l'intero anello in una sola gara no-stop è stata l'idea che ha portato alla nascita del "Tor des Géants" ("Tor" e non "Tour" perchè è patois e non francese).
Al termine di un’edizione della gara vado a trovare Carletto, un conoscente che ha dovuto ritirarsi proprio per un’infiammazione.
Carletto viene da Venezia e fa il parrucchiere.
Si rimbocca una gamba dei pantaloni della tuta e noto con stupore che nasconde all'interno dell'indumento un pallone da calcio .
Regolamentare.
Ricoperto in pelle umana, peli compresi.
Poi guardando meglio capisco che il pallone è il ginocchio.
Non credevo che un’articolazione umana potesse gonfiarsi in questo modo, riempiendosi di liquidi.
Il cacciatore persistente continua ancora oggi la sua corsa, ma non bracca più l’antilope: insegue i propri limiti.
Perseverare è umano.
Alle gare non ci accompagnava nessuno.
Solo l'autista del pulmino.
Non come oggi che la gara sembra la facciano i genitori.
Era davvero solo un’avventura.
Si partiva di colpo, sulla linea di partenza con il gelato ancora in mano.
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Automotivazione.
Cos'è, da dove viene, come funziona.
Ciò che considero di maggior valore è stato dovermela cavare da solo.
Piero Angela.
Anche gli animali possono impegnarsi pur in assenza di incentivi diretti e senza essere spinti dall'urgenza di un bisogno immediato.
Al pari di un uomo che scala una montagna senza essere mosso da una ricompensa, o dall'ordine di qualcuno, ma solo per il piacere di verificare i propri limiti.
Così anche negli animali sono presenti comportamenti lucidi ed esplorativi.
Quando facciamo qualcosa per passione, perchè proviamo piacere nel farlo, indipendentemente da ricompense o da un’approvazione esterna, siamo di fronte alla motivazione intrinseca.
Possiamo allenarci a correre per avere un aspetto migliore o per cercare nell’agonismo una sorta di status: e questa è una motivazione estrinseca.
Ma ci sono sempre più persone che corrono perchè amano farlo, perchè vogliono scoprire i propri limiti, perchè amano sentirsi "capaci", a prescindere dalla classifica o dai premi: e questa è una motivazione intrinseca.
Nella vita siamo sempre mossi da una mescolanza di entrambe le tipologie, anche se possiamo quasi sempre distinguerne una prevalente.
La sindrome di Ulisse.
I piedi sono congelati, il vento aspira ogni stilla di calore dai muscoli e dalle giunture, e io sento che non potrò mai più riuscire a scaldarmi per il resto della mia vita.
Vorrei rimanere qui, rinchiuso nella tenda, ma poi quella voce mi ordina: "vai fuori, vai fuori e provaci".
D. Hempleman-Adams, Polo Nord.
Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.
Dante, Inferno, Canto XXVI.
Facendo leva sul senso di competenza, sul piacere di farcela, possiamo ottenere dalle persone un impegno straordinario.
Chi è mosso dalla motivazione intrinseca è più resiliente.
La sua spinta motivazionale non viene demolita dalle difficoltà, come invece succede comunemente da chi è mosso da rinforzi esterni.
Essa infatti trasforma gli ostacoli in sfide.
Come abbiamo visto, la peculiarità del cervello umano risiede nella sua incompiutezza al momento della nascita: due settimane dopo la nascita, il cervello del neonato presenta pochissimi prolungamenti dendrici (cioè collegamenti tra neuroni): esso è del tutto immaturo.
Ciò conduce ad un’importante conseguenza: per lunghi anni, mentre si sta ancora formando, il cervello umano rimane esposto all’influenza dell’ambiente.
Alla fine è l’ambiente che lo plasma.
E proprio perchè è il più immaturo, è anche il più modellabile.
Il destino dell’uomo è quello di un perpetuo allenamento.
La motivazione produce l’impegno, e a furia di impegnarci diventiamo più bravi, aumentando il nostro senso di competenza o senso di autoefficacia.
Sentirsi competenti è fonte di piacere e di emozioni positive.
Questo piacere, a sua volta, stimola livelli più elevati di impegno.
L’impegno sviluppa nuovi apprendimenti e nuove connessioni cerebrali oltre ad accrescere il senso di competenza.
L’accresciuto senso di competenza produce nuovo piacere, dando origine ad un circolo vizioso motivazionale.
Dobbiamo sottolineare i progressi!
Diversi studi dimostrano che i soggetti che ricevono un feedback prestativo e che possono monitorare i propri progressi, si divertono maggiormente e sono motivati a impegnarsi di più.
Un caratteristica importante dell’automotivazione sta nella sua paradossale proprietà di non essere abbattuta dalle situazioni difficili.
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Il primo grande demotivatore è il mito del talento, sempre più diffuso nella nostra società.
Credere ciecamente che il nostro destino sia determinato dalle predisposizioni naturali o dai geni conduce alla passività e alla rassegnazione.
Un uso troppo semplicistico e distorto della genetica contribuisce a rafforzare questa mentalità.
Le grandi realizzazioni in qualsiasi campo (artistico, sportivo, lavorativo, accademico) sono spiegabili solo molto parzialmente con il concetto di “talento”.
E' l'impegno il fattore decisivo come documenta la "legge delle diecimila ore" formulata da Anders Ericsson.
Un’altra leggenda che appesta il mondo sportivo - e non solo - è quella del "motivatore magico".
E' vero: gli altri influenzano la nostra motivazione con i loro comportamenti e i loro atteggiamenti.
Ma non si tratta di un processo magico come vorrebbero far credere taluni, quasi la motivazione fosse una sostanza che coloro possono iniettare a piacimento nel prossimo.
Noi influenziamo gli altri attaraverso la relazione, un processo che si costruisce faticosamente nel tempo.
Gli allenatori e i coach lo sanno bene.
I guru dell'istant motivation invece sono ridicoli e nascondono sotto il velo di narcisismo il loro vuoto pneumatico.
Chi usa "il bastone" - direttività e autoritarismo - per "motivare" il prossimo plasmerà solo degli automi in attesa di ordini quando lui è presente e persone incapaci di autoregolarsi quando lui non c’è.
L’autodisciplina, tuttavia, è disciplina interiorizzata.
In certi casi un pò di direttiva non guasta, soprattutto con i giovani.
Lasciar crescere i bambini solo all'insegna del "Cosa vorresti fare oggi? Cosa vorresti mangiare?.." è abbastanza pericoloso.
La leggenda degli incentivi danneggia gravemente la motivazione.
Gli incentivi funzionano come motivatori solo a breve termine, e solo se l’obiettivo da realizzare non è troppo costoso in termini di fatica del disagio personale.
Inoltre, compiere delle attività non perchè lo si è liberamente scelto, ma perchè viene erogato un incentivo, viene vissuto dalla maggior parte degli esseri umani come una perdita della propria autonomia (“Effetto Tom Sawyer”).
E quindi l’incentivo produce a lungo termine un paradossale effetto demotivante.
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Il modello dell'asino e la favola dei motivatori.
Trenta monaci e il loro abate non possono far ragliare un asino contro la sua volontà. (Miguel de Cervantes).
Gli psicologi distinguono tra motivazioni intrinseche, quelle che vengono da dentro, e motivazioni estrinseche, legate a fattori esterni.
Usando un linguaggio un pò meno oscuro potremmo parlare di "automotivazione" nel primo caso, e di motivazioni provenienti dall'esterno nel secondo.
Questo "altrove fuori da te stesso" può assumere molte forme a seconda di quale leggenda motivazionale si vuole scegliere.
Una delle più intriganti è quella del cosidetto "motivatore": essa propugna l’idea che la motivazione sia qualcosa che alcuni privilegiati hanno il potere di infondere negli altri a proprio piacimento.
Succede al cinema, questo si: tutti si ricordano il discorso di Al Pacino nello spogliatoio di "Ogni maledetta domenica".
Altolà: non sto dicendo che la motivazione interna non sia influenzata da fattori esterni: che il potere persuasivo di una persona non ci possa condizionare, che i nostri comportamenti non siano influenzati da quelli degli altri.
Ovviamente lo sono.
Il punto è un altro.
Un conto è sostenere (e sono il primo a farlo!) che ogni allenatore (o coach o manager) possiede una serie di strumenti per sostenere e rinforzare la motivazione dell’atleta.
Un altro conto è credere nell’esistenza di strumenti magici, istantanei, miracolosi per manipolare le relazioni umane.
Un’altra menzogna sulla motivazione riguarda il potere dei rinforzi esterni, ovvero degli incentivi e delle punizioni.
Io lo chiamo “il modello dell’asino”.
Chi condivide questo modello ritiene che indolenza, demotivazione e immobilismo a oltranza rappresentino lo stato naturale dell'essere umano.
Stando così le cose, per motivare le persone non rimarrebbe che il ricorso ai due sacri strumenti: il bastone e la carota, nel giusto mix.
Il “bastone”, cioè l’uso costante di uno stile direttivo o addirittura autoritario non ha una grande efficacia per motivare le persone.
Chi è abituato a funzionare perchè spinto dall'esterno non riesce a fare nulla quando la spinta esterna viene a cessare.
Un buon esempio della differente efficacia dei due tipi di spinte è rappresentato dall'approccio alla pratica sportiva giovanile.
E’ uno spettacolo consueto e desolante, al giorno d’oggi, assistere al fenomeno dei genitori che “spingono“ i figli.
Con il termine “spingere” intendo il fatto di imporre ai propri figli una determinata pratica sportiva.
L'automotivazione rappresenta infatti l’unica garanzia per non fermarsi alla prima difficoltà, ai primi intoppi, all'insorgere della fatica, del disagio, dei primi dolori.
L'automotivazione si leghi al piacere di sentirsi competenti e al gioco, al divertimento.
In realtà tutti questi fattori formano un triangolo ai cui vertici stanno piacere e divertimento, senso di competenza e impegno.
Sentirsi capaci produce piacere e divertimento, e questo spinge a impegnarsi.
L’impegno fa diventare ancora più capaci e competenti e cosi via in un circolo virtuoso.
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